Infiammazione cronica e Alzheimer: prevenire si può?

Scritto il 30 giugno 2017 nella Categoria Open Day

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Dagli inizi del XX secolo lo studio dei processi legati all’invecchiamento rappresenta uno degli argomenti più affascinanti della biologia. Attualmente una delle teorie maggiormente accreditate ipotizza che esiste un meccanismo comune alla base di numerose patologie associate all’invecchiamento che colpiscono organi diversi (ad esempio, la malattia di Alzheimer (AD), la malattia di Parkinson (PD), il diabete di tipo 2, l’aterosclerosi ed altre malattie cardiovascolari). Questa teoria è incentrata sul ruolo primario svolto dall’infiammazione cronica di basso grado per spiegare il processo dell’invecchiamento. E’ stato coniato il termine di «inflammaging» per descrivere la progressione dei cambiamenti che si evidenziano con l’invecchiamento cerebrale caratterizzati dall’incremento dell’infiammazione cronica di basso grado. Dalla seconda metà degli anni ‘80 si è assistito allo sviluppo dei concetti di Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia e a prove sempre più consistenti sul ruolo fondamentale delle molecole segnale (ormoni, neuropeptidi, citochine e fattori di crescita) in tutti i processi fisiologici e patologici. Il principale elemento unificante del concetto P.N.E.I. è identificato nel cross-talking tra Sistema Psiconeuroendocrino e Sistema Immunitario. Uno squilibrio tra specifiche molecole segnale è fondamentale nell’insorgenza di malattie infiammatorie, allergiche e autoimmuni. L’utilizzo di molecole biologiche che guidano e controllano le funzioni omeostatiche al fine di ripristinare le condizioni fisiologiche è alla base della Low Dose Medicine (LDM). Differentemente dai composti farmacologici attivi, le molecole messaggere utilizzate in LDM sono naturalmente presenti nel corpo umano. Diversi studi scientifici negli ultimi anni hanno dimostrato l’efficacia dell’uso di messaggeri molecolari low dose in vari campi: psoriasi, infezioni respiratorie, Morbo di Crohn, Vitiligine, malattia coronarica ecc. Pur sapendo che il processo fisiologico di invecchiamento cerebrale non si può arrestare, l’uso di citochine low dose assieme ad un miglioramento dello stile di vita e alimentare, potrebbe modulare il processo infiammatorio di basso grado a livello cerebrale e ridurre la produzione di sostanze neuro-tossiche. L’utilizzo inoltre di fattori di crescita neurotrofici come NGF e BDNF secreti fisiologicamente dagli astrociti in presenza del processo neuro-infiammatorio a protezione della neurodegenerazione, potrebbero aiutare a stimolare i processi riparativi e protettivi, laddove il danno neuronale non fosse ormai irreversibile. Siamo di fronte ad una innovativa soluzione terapeutica, ad una nuova frontiera di cura, che ci permette di agire all’interno della persona con quelle stesse molecole il cui squilibrio, fa la differenza tra salute e malattia.

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