La cefalea miotensiva rientra nel novero delle cosiddette cefalee primarie, assieme con
emicrania e cefalea a grappolo. Fra queste è certamente la più comune, con una
prevalenza nella popolazione mondiale intorno al 40% ed una netta predominanza nel
sesso femminile (rapporto di 5:1) e nelle popolazioni europee (80%) piuttosto che
americane ed asiatiche. Uno studio condotto fra 2008 e 2009, ha attribuito alla cefalea
miotensiva un costo di oltre 300 euro a persona in un anno, fra visite ospedaliere,
specialistiche ed esami di laboratorio, per un totale di 21 miliardi l’ anno in Europa. La
Società Internazionale delle Cefalee (IHS) classifica la cefalea di tipo tensivo in tre ulteriori
sottogruppi: episodica sporadica, episodica frequente e cronica. Di durata e frequenza
variabili, sono accumunate da dolore tipicamente bilaterale e di qualità gravativo-
costrittiva.
Come anche per le altre cefalee di tipo primario, l’ eziologia e la patogenesi sono, ad oggi,
ancora ignote. Alcuni autori ipotizzano l’ esistenza di una base neurobiologica, con una
variazione dei livelli di neurotrasmettori nel sistema nervoso centrale, come la serotonina.
Tuttavia, diversi studi evidenziano l’ intima relazione istologica (dei tessuti) fra la
muscolatura sub-occipitale (base del cranio) e i prolungamenti della dura madre, a formare
un complesso definito ponte durale (myodural bridge), situato nello spazio occipito-
atlantoideo e atlanto-epistrofico (fra occipite, prima e seconda vertebra cervicale). Ne
consegue quindi che la muscolatura sub-occipitale, oltre a mantenere la postura del capo,
trasmetta anche le forze tensionali alla dura madre e viceversa. L’ ipertono della
muscolatura di testa e collo, sembra quindi avere un ruolo primario nella patogenesi della
cefalea miotensiva, tanto è vero che, nel 60% dei pazienti presi in esame, si è riscontrato
un livello elevato di attività nella muscolatura pericranica al tracciato elettromiografico. Alla
luce della relazione emersa fra muscoli sub-occipitali e dura madre, ma soprattutto della
stretta relazione di quest’ ultima con la cisterna magna (una dilatazione dello spazio fra le
meningi colmo di liquido cefalo-rachidiano), i ricercatori ipotizzano che l’ anomalo
tensionamento della muscolatura sub-occipitale e/o della dura madre, possa ridurre il
drenaggio del liquido cefalo-rachidiano a livello della base cranica, con conseguente
aumento della pressione nello spazio inter-meningeo e possibile manifestazione del
sintomo.
Le terapie convenzionali per la cefalea di tipo tensivo sono esclusivamente sintomatiche,
generalmente farmaci analgesici o antinfiammatori non steroidei, come ad esempio il
paracetamolo. Tuttavia, essendo un tipo di cefalea particolarmente problematico in termini
di prevalenza, incidenza e costi, sono state studiate cure alternative non farmacologiche al
fine di migliorare la qualità della vita dei pazienti, riducendone intensità e frequenza del
dolore. A tal proposito, la terapia manipolativa è stata largamente testata, attraverso
numerosi trial clinici che ne hanno attestato una validità ormai scientificamente
riconosciuta. L’ Osteopatia in quest’ ambito, si differenzia dalle terapie convenzionali
(farmacologiche e non) per via di un approccio non sottoposto a protocolli definiti, bensì
incentrato sulla persona e sulle disfunzioni rinvenute nel singolo paziente. Il trattamento
Osteopatico mira alla risoluzione, tramite tecniche dirette ed indirette, delle disfunzioni
somatiche a carico delle strutture imputate come possibili cause della cefalea. In
letteratura diversi studi hanno infatti dimostrato come alcune tecniche manipolative
possano avere un’ azione indiretta a livello del sistema nervoso centrale, così come le
tecniche di manipolazione cervicale, piuttosto che di inibizione della muscolatura sub-
occipitale, riducano il mal di testa sia in termini di frequenza che di intensità. Sono queste,
tutte tecniche abbondantemente utilizzate in Osteopatia.
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